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I dati lo dimostrano: quello del 26 maggio è stato davvero un referendum su Salvini

di Roberto Arditti


Tutto ruota intorno a Matteo Salvini. Quelli che il 26 maggio hanno votato per la Lega lo hanno fatto per affermare la loro fede incondizionata (almeno per adesso) nel “Capitano”, chi invece ha scelto gli altri perché spaventato dalla sua inarrestabile ascesa.

È una rilevazione di SWG a fotografare l’abilità del Segretario del Carroccio nel conquistare il centro della scena.

Una strategia costruita ad arte che gli ha permesso di essere onnipresente ben oltre i luoghi tradizionali della politica. Dalle polemiche sul Festival di Sanremo, agli scatti da “food blogger” passando per le critiche calcistiche al Milan e le sue avventure amorose; un leader pop capace di suscitare sempre emozioni forti, in positivo o in negativo, e di creare una spontanea immedesimazione con i suoi seguaci.

Al contrario, Luigi Di Maio è stato percepito molto più fragile rispetto al suo alleato di governo. Come dimostrato dalla bassa rilevanza che gli elettori rimasti fedeli ai Cinque Stelle gli attribuiscono. Segno che la svolta istituzionale del “populismo in giacca e cravatta” ha finito per indebolirlo ulteriormente nel confronto diretto con Salvini.

Fanalino di coda della personalizzazione è Nicola Zingaretti, un ultimo posto che però sembra più il frutto di una tattica ricercata. Infatti, il neosegretario Pd ha scelto di fare dell’anti-leaderismo la sua cifra distintiva per non uniformarsi allo stile muscolare dei suoi competitor e per marcare le distanze dall’era Renzi.

C’è poi Berlusconi che resta popolare nonostante il crollo del suo partito; in sostanza chi vota Forza Italia lo fa perché c’è ancora B.

 

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L’immigrazione senza troppe soprese è in cima ai motivi del voto alla Lega. È invece più interessante notare che il 26% degli elettori sostiene di aver scelto il Carroccio per “difendere gli italiani”.

Esempio lampante di come Salvini sia riuscito ad intercettare il desiderio di un uomo forte al vertice. Un messaggio chiaro che, complice un’estetica marcatamente “putinista” sui suoi profili social, è riuscito a fare presa su buona parte degli italiani accreditandolo come l’unico in grado di tutelare l’interesse nazionale ai tavoli di Bruxelles.

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L’incompetenza è invece il difetto maggiore che viene rimproverato al M5S. Ma anche in questo caso Salvini è il protagonista indiscusso.

Infatti, una fetta consistente degli oramai ex elettori grillini afferma di aver abbandonato il Movimento a causa di un’eccessiva subalternità alla Lega.

 

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Infine, anche chi ha tracciato la croce sul simbolo del PD dice di averlo fatto più per arrestare l’avanzata populista (specialmente quella del leader leghista) che per una convinta adesione alla proposta politica dei Dem.

Emblema di come dalle urne sia uscito un nuovo assetto bipolare. Non destra e sinistra, come vorrebbero alcuni nostalgici della Seconda Repubblica, bensì “Salviniani” contro “Anti-Salviniani”.

 

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